Giuseppe Santonocito, Psicologo Psicoterapeuta, Firenze, Signa

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La depressione

  La sintomatologia depressiva
  Rabbia e aggressività
  L'approccio farmacologico
  Psicoterapia e psicoterapia breve
  L'elaborazione del lutto
  La rinuncia: un atteggiamento comune
  Conclusioni

(leggi anche gli altri articoli)

La sintomatologia depressiva

Quando si parla di depressione, di solito s'intende uno stato di cattivo umore o tristezza per qualcosa. Può essere perché si è avuta una brutta giornata, una lite con qualcuno, oppure perché ci si sente annoiati. Ma questa non è depressione.

Entro certi limiti, la tristezza è un'emozione perfettamente normale, ma la depressione è una condizione patologica con caratteristiche precise, che non sempre le persone riescono a identificare da sole.

Questo è il motivo per cui questa malattia è così subdola: all'inizio, si fa fatica a distinguerla da uno stato passeggero di cattivo umore. In seguito, quando lo stato depressivo si è strutturato e ha assunto le caratteristiche che le sono proprie, si fa fatica a intervenire. E non tanto perché non ci siamo accorti di esservi caduti, ma perché ormai non ce ne importa più nulla. Il primo e più importante sintomo che denuncia la presenza di uno stato depressivo, infatti, è proprio la mancanza di voglie.

La persona depressa non ha più voglia di lavorare, non ha più voglia di prendersi cura di se stessa né delle cose, non ha più voglia di fare attività fisica né sessuale. È come se si fosse spenta in lei ogni motivazione, ogni volontà di combattere e andare avanti. Ogni aspetto della vita appare inutile e senza senso ed è scomparsa ogni gioia di vivere. Altri sintomi riguardano alterazioni dei ritmi del sonno, rallentamento psicomotorio e, naturalmente, alterazioni dell'umore.

La persona depressa manca d'energia, si sveglia al mattino già stanca, svogliata e con sentimenti di repulsione nei confronti degli impegni con il mondo. Le prestazioni scolastiche e lavorative calano in maniera vistosa, e nei casi più gravi non si riesce a trovare neppure la forza di alzarsi dal letto.

L'edizione più recente del DSM, il manuale descrittivo delle psicopatologie ufficialmente adottato da psichiatri e psicoterapeuti, stabilisce che la diagnosi di episodio di depressione maggiore deve aver riscontrato cinque o più dei seguenti sintomi:

  umore depresso per la maggior parte del giorno;
  marcata diminuzione d'interesse per le attività del giorno;
  significativa perdita o aumento di peso, oppure perdita dell'appetito;
  insonnia o ipersonnia (dormire più del normale);
  agitazione o rallentamento psicomotorio;
  mancanza d'energia;
  sentimenti di autosvalutazione o colpa eccessivi o inappropriati;
  ridotta capacità di pensare e concentrarsi, o indecisione;
  pensieri ricorrenti di morte, ideazione suicidaria.

Negli stadi avanzati della malattia, s'inizia a nutrire la convinzione di essere "sbagliati", di non essere equipaggiati in modo adeguato per far fronte alle sfide della vita. Fin dalla nascita, come se madre Natura fosse stata troppo dura con noi. Inizia allora a insinuarsi l'idea d'essere diventati un peso per sé e per gli altri. Ecco perché, in questi casi, il rischio suicidario dev'essere sempre tenuto presente, e mai sottovalutato.

Rabbia e aggressività

L'umore della persona con depressione non è sempre triste. Anzi, spesso sensazioni di rabbia e aggressività si associano alla depressione, si diventa irritabili e non si riesce a sopportare niente e nessuno.

Inoltre, come purtroppo riportano gli episodi di cronaca sul suicidio di persone depresse, non è raro che prima di uccidersi si uccidano anche altre persone. E anche se nel biglietto di addio l'omicida-suicida si scusa, affermando che l'intenzione era di proteggere le sue povere vittime dalle infamie della vita, è evidente che togliere la vita a qualcun altro è un atto d'aggressione, il più aggressivo che si possa concepire. Spesso è difficile sapere se queste persone avessero o meno conti in sospeso, reali o immaginari, con quelle vittime, ma è certo che chi compie un gesto simile ragiona con una logica: "me ne vado, ma tu vai prima di me".

Tutti i depressi sono dei potenziali omicidi-suicidi? No, per fortuna. Solo una piccola percentuale delle persone con depressione arriva a questo estremo.

Tuttavia, se dovessimo sospettare che una persona che conosciamo sta attraversando un episodio depressivo, sarà bene farlo subito presente all'interessato, invitandolo con urgenza a sollecitare il parere di uno specialista.

Per completezza, è utile ricordare che la malattia depressiva può coesistere ad altre patologie, oppure essere provocata da anomalie organiche che nulla hanno a che vedere con la storia psicologica e relazionale della persona.

L'approccio farmacologico

Nella sua inarrestabile avanzata, la scienza scopre negli anni '80 che una particolare categoria di molecole, note come SSRI (sigla inglese per "inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina"), è in grado di combattere con efficacia la depressione. Nel 1987, la multinazionale Eli Lilly mette in commercio il Prozac, che diventerà il farmaco più prescritto al mondo di tutti i tempi. Rispetto ai triciclici (TCA) e agli inibitori delle monoaminoossidasi (I-MAO), altri farmaci usati in passato contro gli stessi sintomi, gli SSRI sembrano produrre effetti collaterali in apparenza minimi.

I farmaci come il Prozac o lo Zoloft agiscono sul sistema neurotrasmettitore della serotonina, la cui diminuita presenza nel cervello si associa allo stato depressivo. La serotonina è un neurotrasmettitore, ossia è usata dal cervello per trasmettere informazioni fra le cellule. Essa è prodotta, utilizzata e infine smaltita quando il suo compito è esaurito. In ogni dato momento, dunque, esiste nel cervello una certa quantità di serotonina in circolazione. È stato accertato che quando la serotonina libera è poca, il tono dell'umore è basso, e può aversi uno stato depressivo.

L'azione degli SSRI consiste nell'impedire che la serotonina venga riassorbita, nell'ultima fase del suo ciclo, facendo in modo che ne rimanga costantemente in circolo una quantità sufficiente.

Il Prozac è stato ribattezzato "la pillola della felicità", tanto è sembrato una soluzione mirata e azzeccata a un problema grave e diffuso come la depressione. Gli psicofarmaci hanno da sempre una reputazione oscura, a causa degli effetti collaterali. Gli SSRI, invece, toccherebbero solo il punto preciso in cui esisterebbe il problema, e nient'altro. Ma le cose stanno davvero così?

Anche senza soffermarsi sul problema della causalità, ossia se sia la scarsa quantità di serotonina a produrre depressione, oppure quest'ultima a far diminuire i livelli di serotonina, cosa che ancora dev'essere stabilita, è provato che i due eventi sono associati (poca serotonina = depressione) e che la somministrazione dei suddetti farmaci è in grado di ridurre o eliminare i sintomi in molti pazienti.

I farmaci hanno portato un gran bene all'umanità. Ancor più quelli moderni, frutto di una comprensione sempre più esatta del funzionamento dell'organismo, e quindi con sempre meno effetti indesiderati. Dalla scoperta della penicillina in poi, la farmacologia è riuscita a produrre molti rimedi per la cura delle varie patologie. Questo è un fatto, e non può essere smentito.

D'altra parte, s'impongono una riflessione seria e un controllo costante sul comportamento delle case farmaceutiche, non sempre governato da principi di trasparenza. Si tratta di un problema più politico, che scientifico, e tuttavia d'importanza fondamentale. Vi è ad esempio chi sostiene che le case prima svilupperebbero il farmaco e poi, con l'aiuto dei media e della loro rete di relazioni, ci costruirebbero intorno la malattia. Se ciò sia vero o meno, è difficile da dimostrare. Come in ogni fenomeno sociale, è difficile stabilire dove stanno le cause e dove gli effetti. Probabilmente si tratta di una causalità circolare, che alimenta se stessa all'infinito.

La casa farmaceutica è un'impresa, e come tale soggetta alla logica del profitto. Tuttavia, è necessario che il loro operato sia monitorato con costanza dagli organi preposti a farlo.

Dall'introduzione degli SSRI sul mercato, molte persone ne hanno potuto beneficiare. Attualmente (2007) nel nostro paese questi farmaci sono interamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale, e costituiscono una via praticabile per coloro che presentino sintomi depressivi.
Non sono però gratis, perché le spese del servizio sanitario nazionale sono distribuite sull'intera popolazione, attraverso le imposte.

La percentuale di casi che non rispondono alla cura rimane tuttavia elevata. A volte, la somministrazione produce effetti controproducenti, esaltando proprio i sintomi che dovrebbe curare. Come per qualunque altro tipo di farmaco, compete al medico prescrittore tener conto delle indicazioni e controindicazioni del caso.

Psicoterapia e psicoterapia breve

Sebbene la depressione possa esser curata con i farmaci, in molti casi ciò si può ottenere anche attraverso la psicoterapia.

Passati i tempi delle terapie protratte all'infinito, che spesso non riuscivano a lenire le sofferenze per le quali i pazienti vi si sottoponevano, negli ultimi decenni la ricerca in campo psicologico è riuscita a mettere a punto terapie brevi efficienti ed efficaci.

Le terapie brevi favoriscono i risultati rispetto alle spiegazioni, che non perdono la propria ragion d'essere, ma diventano secondarie. Se un paziente si rivolge al terapeuta per un disturbo, è probabile che desideri innanzitutto vedere il problema risolto, piuttosto che sapere perché se lo è ritrovato addosso.

L'efficacia misura in che grado il problema è stato risolto, mentre l'efficienza rappresenta il bilancio fra risultato ottenuto e risorse investite, anche in termini economici. Le spiegazioni, se è il caso, potranno essere fornite anche dopo.

La necessità di misurare i risultati prodotti dalla terapia non è sentita in modo unanime, nella comunità degli addetti ai lavori. Molti terapeuti, specie della "vecchia scuola", si sono formati quando la psicologia era più simile a una disciplina umanistico-letteraria che a una scienza vera e propria. Essi, pertanto, faticano ad accettare l'idea di misurare l'uomo, è comprensibile. Questo non significa che, senza misurare, i risultati siano inferiori rispetto a metodi e procedure più rigorose. La storia è piena di psicoterapeuti insigni, fin dai tempi biblici.

Tuttavia, il problema è quello della ripetibilità e soprattutto della trasmissibilità di un metodo. Se anche la psicoterapia vuol fregiarsi dell'appellativo di "scienza", dev'essere possibile verificarne i risultati, utilizzando almeno un sottoinsieme delle metodologie in uso da sempre nelle altre discipline. Altrimenti, il rischio è restare confinati nel regno dell'intuito, del solo talento, del mito.

Le terapie brevi costituiscono un passo avanti notevole in questa direzione.

Si vedano a questo proposito i risultati del modello breve strategico.

L'elaborazione del lutto

Uno dei primi tentativi in psicologia di spiegare l'origine della depressione, è stato attraverso il concetto di lutto. La tradizione psicoanalitica di Freud (Lutto e melanconia, 1915) definiva il lutto come un'esperienza dolorosa della perdita di una persona che occupava un posto centrale nella nostra vita. Il dolore del venir meno di quel legame, in cui avevamo investito tanto, può essere capace di svuotare la vita di ogni significato e condurre alla depressione.

È possibile trovarsi in stato di lutto per la morte reale di una persona, ma anche a causa di una morte simbolica. La fine di un legame amoroso, la perdita di un lavoro o di uno status sociale, sono anch'essi eventi in grado di determinare un sentimento di perdita.

Lo schema è lo stesso:

1. si investe affettivamente in una relazione;
2. l'oggetto della relazione viene a mancare;
3. si produce il lutto.

Il processo di elaborazione del lutto consiste nel lavoro attraverso il quale la persona è costretta a passare, suo malgrado, per superare lo stato doloroso, per acquisire di un nuovo atteggiamento nei confronti della vita. Di contro, il persistere dello stato depressivo potrebbe indicare che tale elaborazione è rimasta incompiuta.

La rinuncia: un atteggiamento comune

Per molti anni, la nozione di lutto è stata l'unica spiegazione psicologica al fenomeno depressivo. Tuttavia, l'osservazione empirica non ha mai cessato di rilevare casi di depressione nei quali non c'era uno stato di lutto, né una perdita, materiale o astratta.

In passato la depressione veniva a volte chiamata esaurimento nervoso. Sebbene un po' vaga, questa definizione si è rivelata azzeccata, alla luce delle recenti scoperte nel campo della biochimica cerebrale (vedi sopra).

L'esaurimento è anche la fase finale del ciclo dello stress. Lo stress, definito da Selye come sindrome di adattamento aspecifica, è caratterizzato da queste fasi:

1. si ha un problema da risolvere, innescato dall'ambiente o da bisogni interni;
2. l'organismo mobilita le sue risorse per farvi fronte;
3. l'individuo resiste, non cede, e continua a spendere risorse;
4. le risorse sono esaurite, e si smette di resistere: si rinuncia.

Dopo aver curato migliaia di pazienti per le più svariate psicopatologie, Giorgio Nardone sostiene che la maggior parte degli stati depressivi, da un punto di vista psicologico, derivano proprio da una situazione problematica che non si è riusciti a risolvere. Le depressioni endogene, non legate a eventi esterni, non sarebbero che un'esigua minoranza.

In quest'ottica, una situazione stressante può essere in grado di far cadere in uno stato depressivo il soggetto che, arrivato alla fase della rinuncia, ha abbandonato ogni speranza di superare una difficoltà o un conflitto.

Alcune ricercatrici affiliate al Centro di Terapia Breve Strategica (Muriana e altri, 2004) hanno ideato un protocollo di cura per la depressione basato sul metodo strategico. Dalla loro ricerca emerge che l'atteggiamento comune nelle persone depresse consisterebbe proprio nella rinuncia.

Persino gli animali, sottoposti a ripetuta frustrazione dei tentativi di procurarsi il cibo, alla fine abbandonano, cadendo in uno stato di prostrazione uguale a quello degli esseri umani, almeno a giudicare dai correlati neurofisiologici che possono essere misurati.

Conclusioni

Le origini di questa malattia non sono ancora del tutto note, ma in un gran numero di casi sembrerebbero risiedere nella vita relazionale e sociale del soggetto, insieme a fattori biologici e genetici.

Quando le cause sociali e relazionali non sono evidenti, il motivo potrebbe stare nella scarsa propensione della persona a raccontare di sé. In questo caso, lo psicologo è avvantaggiato e meglio equipaggiato, rispetto ad altri professionisti. Molti specialisti sono convinti che la cura migliore per questa malattia consista in un'efficace psicoterapia, supportata nelle fasi iniziali da una somministrazione controllata di farmaci. L'uso del "tampone" farmacologico consente di ristabilire uno stato accettabile di salute nel paziente che, a sua volta, permetterà allo psicoterapeuta di svolgere in maniera ottimale il suo lavoro.

(leggi anche gli altri articoli)



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"Le persone depresse pensano di conoscersi, ma ciò che esse conoscono è forse solo la depressione"
-M. Epstein




Depressione




"La depressione è rabbia spalmata finissima"
-G. Santayana















































































"Molto di ciò che oggi viene chiamata depressione non è niente di più che un corpo che ha bisogno di lavorare"
-G. Norman




Tristezza




"Se sei malato fisicamente puoi suscitare l'interesse di frotte di medici. Se sei malato mentalmente sei fortunato se si fa vedere il portinaio"
-M. H. Fischer
"La recessione è quando il tuo vicino perde il posto di lavoro. La depressione è quando tu perdi il tuo"
-H. S. Truman




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